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Scritto da: biblos alle 31/10/2009 13:13 |
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Scritto da: biblos alle 20/03/2009 18:28 |
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Scritto da: biblos alle 17/11/2008 12:12 |
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gian ruggero manzoni
Ma tu guarda, a volte, come va il mondo! Parlo del libro di Luca Carulli e il giorno dopo me lo vedo in televisione, RAI 1 prima serata, tra le mani del simpatico architetto Renzo (Enzo De Caro), ex Smorfia, insieme ai favolosi Troisi e Arena, nonché marito per fiction della prof Veronica Pivetti. Non so quanti possano averlo notato, oltre a me e all'autore, sempre che fosse stato davanti al video a quell'ora. L'ho riconosciuto dalla copertina, mostrata anche in un'altra scena, successiva nel tempo del racconto ma, probabilmente, girata in concomitanza con la precedente, cosa che potrebbe giustificare la presenza del libro nelle mani dell'attore per ben due volte. Sarà stato senz'altro un caso, ma per Luca Carulli è un bel colpo di fortuna. Se il libro è arrivato fino a lì, e non è stato relegato a semplice accessorio di scena, deve aver riscosso senz'altro un buon successo. Cento di questi colpi, Luca!
Scritto da: biblos alle 03/10/2008 10:21 |
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"La terra dei sogni" di Luca Carulli (Verdechiaro Edizioni)
È prassi consolidata che lo scrittore esordiente cerchi di ricavare materia per il primo racconto, o il primo romanzo, dalle esperienze quotidiane che vive o ha vissuto in un passato più o meno remoto. Parlare di ciò che si conosce meglio, per averne fatto esperienza diretta, è quello che consiglia ogni buon manuale di scrittura ed è questa la strada più agevole da imboccare per inoltrarsi nell’affollatissimo mondo delle lettere, nel quale cercare, possibilmente, di ritagliarsi uno spazio autonomo e identificabile. Operazione, questa, in verità tutt’altro che facile, e si comprende bene la legittima soddisfazione che prova ogni scrittore quando riesce a raggiungere lo scopo.
Luca Carulli ha scelto di percorrere la strada del "racconto" di formazione, la brevità dello scritto non legittima la sua appartenenza alla categoria dei romanzi. Quanto le vicende narrate siano direttamente ispirate a fatti realmente accaduti all’autore, è dato saperlo essenzialmente a lui stesso, anche se è indubitabile che possa auto identificarsi col protagonista, un giovane lupo sognatore alla ricerca di sé. In effetti, solo dalla penna (o, più probabilmente, dal computer) di un sognatore poteva uscire una vicenda potenzialmente capace di emozionare altri sognatori di ogni età.
L’accostamento al Piccolo Principe di Saint-Exupery – si parva licet! - diventa quasi d’obbligo, tanto numerosi e frequenti sono i richiami che affiorano tra le righe, compreso un certo intento didascalico che non infastidisce. In mezzo a migliaia di pagine di letteratura che oscilla tra l'horror e lo splatter, certi passi del testo di Carulli appaiono quasi come il miraggio di un’oasi ristoratrice per lettori smarriti nell'arido deserto della letteratura fast-food. Il libro può essere facilmente gustato nella sua interezza in un pomeriggio di insistita lettura, ma risulta piacevole anche cogliere al volo o rileggere singole frasi o pagine scelte a caso.
Come ogni racconto per l’infanzia che si rispetti, il testo contiene frequenti iterazioni, ma il riaffiorare, qua e là, di frasi e brani già scorsi sotto gli occhi del lettore non genera un senso di fastidio, al contrario contribuisce a creare l’atmosfera da fiaba tipica di quelle narrazioni orali che non ci stancavamo mai di ascoltare da piccoli.
In chiusura, una modesta proposta sullo stile di scrittura, ineludibile per chi come me ama soprattutto l’esattezza geometrica della frase e del testo. La sensazione che si avverte, durante la lettura, è quella di parole e frasi sgorgate quasi di getto dalla mente dell’autore, una scrittura istintiva, immediata, che potrebbe vestirsi di abiti più ricchi e preziosi, se si trasformasse in scrittura razionale, riflessiva e meditata. Concedo che si tratta di un mio particolare punto di vista, un vero e proprio chiodo fisso, direi, e, forse, riflettendoci, un racconto come questo avrebbe molto da perdere dopo un’operazione di riscrittura che tenesse conto di queste mie ubbie. Una scelta più accurata di alcuni termini, non proprio di uso quotidiano, potrebbe comunque giovare alla scorrevolezza della lettura, e, soprattutto, consentirebbe di definire con maggior precisione il pubblico al quale il libro si rivolge.
Attendiamo Luca Carulli a nuove sortite nel mondo della letteratura, ormai il ghiaccio è rotto e si può anche salpare verso l’orizzonte, magari verso quella terra dei sogni che molti lettori trovano spesso tra le pagine dei buoni libri.
Scritto da: biblos alle 01/10/2008 17:09 |
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luca carulli
“Lo Spirito e altri briganti” di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondolibri)
Quando ero poco più che un bambino, mi presero a lavorare presso una macelleria a pochi passi da casa. Era l’estate al termine delle scuole elementari, ad ottobre avrei iniziato le medie e così, un po’ per necessità, un po’ per passare il tempo, avevo cominciato la mia modesta carriera di garzone di bottega. Fu in quell’occasione che conobbi Memmo, antico e nobile membro della confraternita dei norcini, forte come un toro, capace di mettersi in spalla mezzo bue e trasportarlo dal camion del mattatoio, parcheggiato nel cortile antistante il negozio, alla cella frigorifera della macelleria. Fu sempre in quell’occasione che sentii parlare di quarti di bue, due anteriori e due posteriori, com’era naturale che fossero.
Ma fu la scoperta dell’esistenza del quinto quarto a sconvolgere le conoscenze elementari di aritmetica che possedevo e riuscivo già a padroneggiare adeguatamente . Inutile cercare di capire il concetto, l’esistenza del fantomatico quinto quarto era categoricamente esclusa dal mio pur ristretto universo matematico. Per quanto continuassi a rifletterci, qualsiasi oggetto diviso in quattro, ad esempio la classica torta, che tanto piaceva alla maestra, produceva quattro quarti, era ovvio, logico, anzi, matematico. Da dove prendeva origine questo quinto quarto? Mi ci volle un po’ di tempo per capire che con questo termine venivano indicate le frattaglie, la testa, le zampe, la coda e tutto quello che, pur facendo parte dell’animale, non era incluso negli altri quattro quarti. Il quinto quarto era la fortuna del macellaio, il suo guadagno vivo, quello su cui poter contare per soddisfare i clienti meno facoltosi e al tempo stesso incrementare con poca fatica i propri incassi.
Tutta questa storia mi è tornata in mente quando ho terminato di leggere il libro che Guccini e Macchiavelli hanno, per così dire, confezionato, ad uso e consumo di quanti avevano avuto modo, a suo tempo, di gustare le saporite e robuste storie narrate nella trilogia che vede come protagonista il maresciallo Santovito e come sfondo l'Appennino tosco-emiliano e i piccoli borghi che lo popolano. E, difatti, come per segnalare e sottolineare una continuità con le storie precedenti, gli autori ricorrono all'espediente narrativo di far precedere ogni capitolo da una specie di monologo del maresciallo, che funge da raccordo tra le storie e da introduzione a ciascuna di esse. Senza questo espediente, ogni storia sarebbe un racconto a sé stante, al quale mancherebbe quel valore aggiunto costituito proprio dalla presenza in funzione di testimonial del maresciallo stesso, presenza essenziale per trainare un libro altrimenti destinato a passare nel dimenticatoio.
Uno degli aspetti del libro, quello che sorprende piacevolmente, mentre si legge, è la sensazione di "leggerezza" della scrittura, dimostrazione tangibile del fatto che i due autori si sono divertiti molto a mettere insieme i fili di una narrazione capace di dare vita a storie così gradevoli da leggere. Immagino conversazioni notturne accanto ad un camino acceso, col fiasco del vino a portata di mano e le castagne che arrostiscono sul fuoco, i ciocchi della legna che scoppiettano e le parole di Guccini, alle quali fanno eco quelle di Macchiavelli, che rimbalzano sui muri e sul soffitto di un’antica cucina, annerita dal fumo.
Si ritrova in ogni pagina, praticamente intatta, la stessa atmosfera che si respira nella trilogia del maresciallo, una serie di abiti - mi si conceda la metafora - confezionati con stoffe di ottima qualità, anche se di colori e tessuti diversi. La leggera nota stonata del libro è invece dovuta alla sensazione che, pur mantenendo l'ottima fattura dei precedenti, l'ultimo nato sia stato confezionato con ritagli di stoffe rimasti inutilizzati nella bottega della premiata sartoria Guccini - Macchiavelli.
Dare del “quinto quarto” ad un’opera, per quanto minore, dei due bravi scrittori potrà sembrare forse riduttivo, se non addirittura irriverente, si tratta pur sempre di storie di un certo pregio. Per chi ha potuto apprezzare a fondo i libri che vedono protagonista il maresciallo Santovito, però, è esattamente questa l’impressione che si avverte. Le pagine che scorrono sotto gli occhi del lettore trasmettono la sensazione di essere poco più che frattaglie, rimasugli di brani espunti dai libri precedenti e confluiti in questo, forse perché si era venuta avvertendo la necessità di proporre ai lettori anche le parti meno “nobili” delle storie già narrate. Questo, naturalmente, a pensare bene, nella più favorevole delle ipotesi. Volendo, però, pensare male e, di conseguenza, fare peccato, si potrebbe intravedere in questo libro una banalissima e scontata operazione commerciale, a rimorchio del successo della trilogia di Santovito.
In conclusione, non so decidere se condannare o assolvere i due autori, per aver tentato di carpire la buona fede dei loro appassionati sostenitori. Anche se la tentazione di propendere per una condanna sarebbe forte, preferisco sospendere il giudizio. A loro va, in ogni caso, l'onore delle armi, per il merito di avere assolto un non facile compito, quello di essere riusciti a divertire il lettore, Anche se ogni tanto si lasciano affascinare dalle sirene del mercato, meritano tutta la nostra considerazione, se non altro per quello che hanno saputo darci, singolarmente o in sodalizio, durante questi anni.
Scritto da: biblos alle 03/09/2008 18:13 |
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francesco guccini, loriano macchiavelli
Scritto da: biblos alle 30/08/2008 16:03 |
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varie
"Parole in corsa”
Concorso letterario per scrittori inediti proposto da APM e promosso da ASSTRA (Associazione Trasporti)
“Parole in corsa” Quarta Edizione
Sergio Tardetti : CONSIGLI PER CHI VIAGGIA (PdF)
“Parole in corsa” Quinta Edizione
Sergio Tardetti : E' FINITO LO ZUCCHERO (PdF)
Scritto da: mtb alle 09/08/2008 15:21 |
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Scritto da: biblos alle 14/06/2008 21:42 |
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“Senza padre e madre, né rimorsi” di Sergio Covelli (Edizioni Libreria Croce)
Non me ne voglia Sergio Covelli, se ho lasciato trascorrere tutto questo tempo, prima di esprimere un giudizio sulla sua opera. Se avessi dovuto esternare un’opinione a caldo, limitandomi alla lettura delle prime pagine e a qualche fugace sguardo al resto, avrei potuto dire semplicemente che il libro non mi piaceva. Richiesto di ulteriori chiarimenti, sarei anche stato in grado di motivare questa mia sbrigativa opinione: questo romanzo, avrei detto, non appartiene al mio Universo Letterario. Magari a Covelli sarebbe importato assai poco di questo giudizio sommario, ma a me sì, perché non sopporto l’idea di essere condizionato nelle mie scelte da limiti o pregiudizi, di qualunque genere.
Un Universo Letterario, per quanto vasto, è pur sempre limitato, quanto al pregiudizio, è costantemente in agguato, persino tra le pieghe della più innocente delle opinioni. Per questo, non appena avvertita questa fastidiosa sensazione di estraneità, mi sono, in un certo senso, imposto di arrivare fino all’ultima pagina, avendo contratto un debito morale verso l’autore e anche verso me stesso.
Confesso che quando mi sono trovato in mano il libro, ho subito pensato che avrei faticato molto a leggerlo, per via di quelle continue variazioni di caratteri tipografici che avevo colto sfogliando le pagine. Trovo insopportabile l’uso delle parole tutte a caratteri maiuscoli, persino in situazioni di comunicazione informale come le chat, denota mancanza di rispetto per l’altro (il destinatario della comunicazione) e un neppure troppo velato tentativo di prevaricare, di imporre la propria opinione su quella di tutti gli altri partecipanti alla conversazione virtuale. Non sopporto, in definitiva la gente che urla.
L’uso che Covelli fa di queste maiuscole non è, tuttavia, da considerarsi l’espressione di una volontà di sopraffare il lettore quanto piuttosto una necessità legata all’alto tasso emotivo delle situazioni narrate e – aggiungerei – vissute dall’autore. Perché di questo sono assolutamente convinto. Il libro può essere considerato a tutti gli effetti un romanzo di formazione, come ne annovera tanti la letteratura dell’Ottocento, specie quella romantica. Covelli, però, di quel genere di romanzo astrae la struttura portante, il confronto e, più di frequente, lo scontro con la rudezza della vita che aiuta a crescere, conservando, a modo suo, il finale teso e disperato di chi spesso da quella lotta esce sconfitto e sopraffatto.
Quanto allo stile di lettura adottato, ho rinunciato quasi subito alla classica lettura "lenta", che porta a trattenere in bocca la singola frase o la singola parola per meglio assaporarla. Ho avvertito, infatti, un procedere del periodo a strattoni, un avanzare su un terreno sconnesso, che si apriva in improvvisi avvallamenti o si sollevava in creste acuminate, una miscela di sapori stonati. Il passaggio alla lettura "veloce" ha permesso, invece, di gustare a pieno la drammaticità della scrittura, mi sono lasciato avvolgere dal flusso delle parole, riuscendo in questo modo a cogliere il senso complessivo del periodo, nello stesso modo in cui nella pittura divisionista si tende a distogliere la vista dal singolo puntino per poter apprezzare meglio l'immagine nel suo complesso.
Pur con tutte le sue contraddizioni, con una scrittura che parla più allo stomaco che al cervello, è in ogni modo un libro nei confronti del quale non si avverte indifferenza, un libro che costringe a prendere una posizione, anche a quei lettori che, come me, prediligono i classici e la scrittura "esatta" e controllata. Avrei potuto approfittare di qualcuno dei diritti del lettore, elencati nel celebre decalogo di Pennac, ma avevo un conto aperto con me stesso, un impegno è sempre un impegno, che diavolo!
Ammetto, però, di continuare a preferire tutt’altro genere di letteratura, alla scrittura “byte-stream” della tastiera di un computer antepongo quella più lenta e sorvegliata della vecchia stilografica, una scelta che, tuttavia, continuo a vivere a malicuore, da tecnico, impregnato della cultura della società digitale quale sono, che auspica e si impegna, però, per l'avvento di un nuovo Umanesimo, in cui l'antica dicotomia tra le due culture possa dissolversi fino a scomparire.
Conservo ancora la sana abitudine di scegliermi i libri da leggere e confesso che un libro così non sarebbe mai rientrato tra le mie scelte. Adesso, a lettura ultimata, so che avrei sbagliato, non si deve mai giudicare un libro dal titolo, né dalle prime pagine, né da quei caratteri tipografici così asimmetrici da irritarmi. Un libro è pur sempre un libro e un autore è pur sempre un autore, a lui si deve rispetto, non fosse altro perché ha avuto il coraggio di proporsi al pubblico, cercando di farsi apprezzare ma al tempo stesso rischiando di infastidire e, peggio ancora, di annoiare.
Le pagine devono essere sgorgate dalla penna (o più probabilmente, dal computer) di Covelli come sangue da ferite sempre aperte. C’è troppo di personale in quello che si legge per non avvertire la sofferenza di chi si racconta, se tutto quello che ha raccontato fosse inventato di sana pianta, Covelli dimostrerebbe di avere una fantasia inesauribile e una capacità narrativa di elevata qualità, oltre, naturalmente, un eccesso di realismo e di faccia tosta.
Che sia questo il futuro della letteratura? In questo caso, che fine farebbe il bello scrivere? Sono problematiche che meriterebbero di essere dibattute ed approfondite ben oltre queste brevi note, perciò mi limiterò solo ad enunciarle, anche se più di uno dei miei attenti lettori potrebbe trovare alcune parziali risposte tra le righe dei post del mio blog.
A chi consigliare, infine, questo libro? A quei lettori "forti", che ogni tanto hanno il coraggio di uscire dagli schemi, e a quanti si trovano a proprio agio con la scrittura affilata e abrasiva dei romanzieri d'oltre oceano. Sergio Covelli non ha niente da invidiare a parecchi di loro.
Scritto da: biblos alle 21/05/2008 15:34 |
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sergio covelli
“Il morbo” di Gian Ruggero Manzoni (Edizioni Diabasis)
Fossi stato nei panni dell’autore, avrei esitato a lungo prima di varcare la soglia del Palazzo della Letteratura, presentandomi al portone d’ingresso con un cognome così ingombrante. L’imbarazzo, poi, sarebbe senza dubbio cresciuto se avessi espresso il proposito di confrontarmi sullo stesso piano con il mio più celebre omonimo, scrivendo, cioè, un romanzo storico, ambientato per di più nel corso di un’epidemia di peste. Qui, però, terminano le affinità e i confronti, perché Manzoni (Gian Ruggero) decide di dare una forma completamente diversa ad una storia che avrebbe potuto facilmente correre il rischio di scivolare nella parodia.
Intanto, l’ambientazione delle vicende allarga il proprio orizzonte ben oltre le sponde di un tranquillo lago subalpino, toccando addirittura quelle opposte di un vasto e tempestoso oceano. Da un micromondo, conosciuto e ripercorso fino alla noia, a un macromondo ignoto, che può destare stupore e meraviglia al principio ma che la ragione riesce comunque a ricondurre al denominatore comune ad altri luoghi conosciuti, quello che si potrebbe sintetizzare nella abusata e logora formula “Tutto il mondo è paese”. Buoni e cattivi, amici e nemici, avidi e generosi, spavaldi e timidi si incontrano in ogni angolo della terra, anche il più remoto. A volte il viaggio e l’avventura sono pretesti per sfuggire a se stessi, altre volte stimoli per ritrovarsi e ricongiungersi con l’altra metà della propria anima.
In questo caso il protagonista sembra fermamente intenzionato ad attraversare la propria esistenza nelle vesti fiammeggianti dell’angelo vendicatore, consapevole di combattere una lotta che non potrà concludersi se non con la propria disfatta fisica, non certamente con quella dell'ideale che propugna.
Spirito libero, rivoluzionario, ribelle, anticlericale come possono esserlo solo certi romagnoli e – aggiungerei io – anche certi miei concittadini che ho conosciuto e che continuano a tramandare di padre in figlio i misfatti delle “Stragi perugine” di un secolo e mezzo fa, il protagonista viene proposto al lettore attraverso una fisicità che rasenta il più duro stile iperrealista. Niente ellissi né metafore, a voler celare i terribili dettagli di un fisico minato dal morbo e giunto ormai alla soglia della sua completa disgregazione, niente allusioni da romanzo ottocentesco, ogni cosa è descritta e narrata per come è.
Tra Luigi Compagnoni, il protagonista, e fra Martin de Campinas, l’antagonista che alla fine si fa amico e persino complice, si inserisce la bella e poetica figura di Jolanda, la creola che con estrema dedizione accudisce il Compagnoni morente. E’ una figura dipinta talvolta a leggere sfumature, talvolta con tratti decisi, che richiama e ricollega particolari dell’uno e dell’altro dei due attori principali della narrazione.
Luigi Compagnoni è soltanto un uomo, non un eroe romantico, non un martire, non un profeta, e come tale ci viene proposto dall'autore, anche se si tratta senza alcun dubbio di un uomo oltre la norma. Lui che della Chiesa ha conosciuto solo l’implacabile braccio secolare, che ha procurato a lui e ai suoi compagni sofferenze inenarrabili, non rinuncia, tuttavia, pur morente, a mantenere aperto il confronto e sgombra la mente da pregiudizi che gli impedirebbero di vedere l’uomo che si cela sotto il rozzo saio del monaco, consapevole che oltre l’abito, c'è sempre l'uomo, con i suoi vizi e le sue virtù. Allo stesso modo si propone anche il frate, attore di un duello verbale che si conclude solo con la morte del protagonista, un duello condotto sul filo di una dialettica dei fatti contrapposti a parole che di questi fatti risultano sempre una difficile ed ambigua rappresentazone.
Ben più pericoloso della peste è il morbo che corrode e consuma l’individuo, il morbo del pregiudizio, che scava incessantemente nella mente di ciascuno di noi fino a svuotarla di ogni capacità di discernere. La morte della ragione coincide inevitabilmente con la morte della libertà, nel momento in cui ciascuno di noi consegna ad altri il proprio spirito imbavagliato e drogato, la libertà muore.
Un'ultima nota di merito va data alla lingua con cui sono state redatte le pagine del romanzo, una lingua ottocentesca che, anziché essere avvertita come un mero esercizio di stile, costituisce al contrario l'essenza stessa della storia, la materia che dà sostanza ai sogni dell'autore.
È un vero peccato che un’artista eclettico e a tutto campo come Gian Ruggero Manzoni non si dedichi in maniera più sistematica alle lettere, nelle quali potrebbe senza dubbio figurare ben più degnamente di tanti “besselleri” che continuano a riempire gli scaffali delle librerie. In un Autore si cerca sempre ciò che, al termine della lettura, ci fa sentire migliori di quando abbiamo preso in mano la sua opera. In questa difficile e spesso impossibile impresa Gian Ruggero Manzoni è sicuramente riuscito.
Scritto da: biblos alle 21/04/2008 11:36 |
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gian ruggero manzoni
“Il castello bianco” di Orhan Pamuk (Mondolibri)
Entrare nell’anima di uno scrittore dall’ingresso di servizio è un’esperienza che vale la pena tentare, senza bussare al più comodo ed ampio portone del palazzo, aperto il quale si rivela ogni volta il capolavoro. Alcuni brevi e giovanili racconti di Pessoa, altri racconti brevi di Corrado Alvaro, “Cronaca di Pietroburgo”, piuttosto che “Delitto e castigo”, “La sonata a Kreutzer”, piuttosto che “Anna Karenina” o “Guerra e pace”, possono essere la porta, non sempre stretta, dalla quale si accede nell’officina dell’autore, che può essere colto mentre affina gli strumenti espressivi o ricerca il suo personale stile narrativo.
Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006 (permettetemi di aggiungere: meritatissimo!) può essere avvicinato attraverso le pagine di “Il mio nome è Rosso”, il suo romanzo più celebrato, ma anche, come è accaduto a me, passando da quelle non meno pregevoli di “Il castello bianco”, l’opera che lo ha rivelato al mondo della letteratura internazionale. Raccontare in poche battute la trama di un libro, narrato in prima persona, ricco di vicende ma anche di riflessioni, ambientato in una Istanbul durante l’epoca d’oro dell’Impero Ottomano, non è cosa semplice e lascio al lettore il piacere di scoprire le tormentate vicissitudini dei due protagonisti, schiavo e padrone all’inizio e poi, alla fine, entrambi uomini liberi di scegliersi un proprio destino, non così scontato come potrebbe apparire dalle prime battute del romanzo.
Scienza e magia, festini e battaglie, si confrontano e si contrappongono nel corso dell’intera narrazione, in cui i due uomini, talmente simili da arrivare a somigliarsi in tutto, si scambiano spesso i ruoli. La cultura – e, oserei dire: la civiltà - occidentale si confronta continuamente con quella orientale, senza che nessuna delle due risulti realmente prevalere.
La misteriosa metafora del “castello bianco”, dal quale prende il titolo il volume, affascina e ossessiona al tempo stesso, lasciando nel lettore e nei protagonisti il dubbio che, al di là della soglia delle esperienze e delle conoscenze di ciascuno, ci sia qualcos’altro, inesplorabile e invisibile, che rimane precluso nel corso dell’intera esistenza, nonostante gli sforzi fatti per rivelarne il mistero.
Luogo nel quale non riusciremo mai a penetrare, per quanti sforzi di possano indirizzare all’impresa, il Castello Bianco è poco più che una visione, intravista in lontananza, luogo nel quale il desiderio di entrare si è spento contro le alte mura erette a difesa della propria intimità, dell’inconfessabile e inconfessato, dell’incomprensibile ed incompreso.
C’è poi un altro “castello bianco”, quel doppio del quale ciascuno di noi favoleggia, un altro noi stessi, che esiste da qualche parte del vasto mondo, non un semplice sosia ma un’esatta replica di ciascuno di noi, così uguale ma anche così diverso che, per quanto se ne possa forzare e torturare l’anima, non si riuscirà mai a strapparne i più intimi segreti. Il dubbio che ciò che crediamo di aver capito dell’altro non sia, in fondo, che apparenza e menzogna, perseguita il lettore e i protagonisti per tutto il romanzo. L’unica conclusione certa è che, nella vita come nel racconto, ciascuno mente all’altro, mentendo al contempo a se stesso, attraverso una costante trasmutazione della realtà in finzione e della finzione in realtà.
Lo stile, assolutamente sconosciuto a chi, lettore “sedentario”, si accontenta di esplorare le vaste e comode pianure della letteratura di cassetta, senza mai tentare la via che conduce alle vette più impervie, è caratterizzato da frasi ricche ed articolate, espressione di pensieri complessi, di tormenti dell’anima, di quella tecnica narrativa raffinata che è riconducibile al jocyano “stream of consciousness” e, forse, non potrebbe essere altrimenti in un romanzo in cui il narrante e il narrato si intrecciano e si sovrappongo costantemente.
L’invito che rivolgo al mio lettore è di alzarsi dalla poltrona – metaforica, s’intende – nella quale consuma le sue passioni solitarie, assolutamente dignitose e rispettabili, e iniziare a scalare l’erta che conduce ai picchi più deserti ed inesplorati della Letteratura, quei luoghi di cui tutti favoleggiano ma che pochi hanno osato visitare. Simili esplorazioni richiedono allenamento e costano fatica, ma, una volta arrivati in cima, il panorama che si scopre è indescrivibile. Coraggio, lettore! Ecco la prima delle infinite vette da scalare che ti attende.
Scritto da: biblos alle 25/03/2008 15:10 |
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orhan pamuk
Scritto da: biblos alle 19/03/2008 18:51 |
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georges simenon
“Palla di Sego e altri racconti” di Guy de Maupassant (Acquarelli)
I miti, soprattutto quelli più comuni e diffusi, sono sempre duri a morire. Per me, cinefilo impenitente, oltre che appassionato lettore, uno tra i più resistenti è quello di “Ombre rosse” di Ford, protagonista un giovanissimo John Wayne, non ancora assurto a simbolo della retorica conservatrice.
La trama di questo film è tratta – molto liberamente, per la verità – dal racconto di Maupassant “Palla di Sego”; è stato anche questo il motivo che mi ha spinto a prendere in mano il gradevole -anche esteticamente - libretto, che contiene tre racconti di Maupassant, tra i quali, appunto, quello in oggetto. L’ho letto quasi d’un fiato, tale è l’agilità narrativa e la limpidezza della prosa, dalla quale non riesci a staccarti che a fatica. Neppure il sonno incombente, giustificato dall’ora tarda alla quale, di solito, hanno inizio le mie letture, ha potuto avere la meglio sulla fascinazione del racconto.
La novella, una piccola vicenda umana calata nel contesto della Grande Storia, racconta una storia lineare e semplice. Un campionario di varia umanità si ritrova a bordo di una diligenza che dovrebbe portarli oltre le linee del fronte della guerra franco-prussiana (anno 1870), verso la salvezza e la tranquillità per alcuni, verso buoni affari per altri. Una donna di dubbia reputazione, ma di buon cuore, posta in mezzo a questo branco di lupi, viene spogliata della sua umanità, e costretta a diventare merce di un indegno baratto, per garantire agli altri il quieto vivere ed il proseguimento del viaggio.
Questa potrebbe essere, in sintesi, la trama del racconto, se non fosse che così facendo finiremmo per dimenticarci di tanti piccoli dettagli che, messi insieme, costituiscono il grande affresco di una società senza tempo e senza luogo, quella in cui il debole e il generoso devono sempre soccombere di fronte alla protervia e alla volontà di sopraffazione, che sembrano i caratteri distintivi delle classi dominanti di ogni epoca e di ogni paese.
Nel finale, al pianto sommesso di Boule de Suif fa da contrappunto il fischiettare insistente di uno dei viaggiatori che, con le note della “Marsigliese”, ricorda agli altri, arricchiti dai numerosi loschi affari fatti nel corso del Secondo Impero, che il cambiamento che temono è vicino.
Ricordando la scena finale di “Ombre rosse” e accostandola a quella di "Boule de suif", non può sfuggire lo stridente contrasto tra due mondi e due culture, l’Europa di fine Ottocento e l’America del New Deal. Il lieto fine diventa una necessità per la società americana che sta tentando di risollevarsi dalla Grande Depressione. Per Maupassant,osservatore attento e disincantato della società del suo tempo, è invece qualcosa da rifuggire, una nota falsa e stonata che potrebbe incrinare la perfetta musicalità dell'intero racconto.
L’inizio del percorso letterario di Maupassant è folgorante, lo stile è sicuro, senza incertezze, la capacità di indagare nell’animo umano già matura. L’equilibrio del testo letterario è perfetto, tutto giocato su un’accurata scelta lessicale e sintattica che bandisce i fronzoli e la retorica.
Partito sotto le insegne del naturalismo, dopo un intenso percorso letterario, Maupassant approda sulle sponde del soprannaturale e del fantastico degli ultimi racconti.
La parabola che congiunge la tangibile umanità di Boule de Suif alla misteriosa Horla, entità di un mondo parallelo, sembra la stessa che ha seguito l'esistenza dello scrittore, dalla vitalità della giovinezza fino al decadimento psichico finale, come se la sua mente rifuggisse da quella realtà che all’inizio lo aveva così affascinato e turbato, fino a rifugiarsi in un universo meno doloroso ma certamente più terribile.
In questa fase, Maupassant appare una specie di precursore di Lovecraft, un altro scrittore che spalanca le porte di un mondo che vive e si agita nelle insondabili profondità delle nostre menti, un mondo dal quale siamo respinti ed attratti al tempo stesso.
Da non perdere per chi ama la bella scrittura, da conoscere assolutamente per chi trova nella letteratura una delle ragioni del dovere di esistere.
Scritto da: biblos alle 18/02/2008 11:35 |
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guy de maupassant
"Di cosa parliamo quando parliamo d'amore" di Raymond Carver (Edizioni minimum fax)
Sarà capitato a molti di voi di avvertire la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte ad una pagina bianca e non sapere cosa scriverci sopra. Bene, questo è più o meno quello che sta accadendo a me, da un po' di tempo a questa parte.
La penna (pardon: la tastiera!) giace inerte sul tavolo, in attesa che le mani possano trasmetterle quello che la mente sta elaborando. Sembra sempre più difficile dare corpo alla moltitudine di pensieri che si rincorrono nella mia testa, forse perché sono troppi, forse perché quelli piacevoli, stimolati soprattutto dalla mia attività di lettore si sovrappongono e si scontrano con quelli un po' meno piacevoli legati alla mia attività professionale.
Anche la lettura, del resto, vive una fase di stanca, si avanza nel libro lentamente, poche pagine per volta, come in una foresta intricata. Alla fine, pur di non farmi vincere dallo sconforto, ho deciso di dedicarmi, almeno per ora, alla lettura di racconti brevi, anzi brevissimi.
Per questo ho chiesto aiuto a Raymond Carver, uno tra i miei preferiti, e lui mi è venuto subito in soccorso con una raccolta dal titolo tanto invitante quanto enigmatico: "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore". Al termine della lettura del primo racconto "Perché non balliamo?", mi sono addormentato.
Adesso crederete che Carver abbia esercitato su di me un effetto soporifero, ma intendo subito smentirvi. Quello che mi ha fatto entrare così rapidamente nel regno di Morfeo è stata piuttosto l'ora tarda, insieme alla stanchezza accumulata durante la giornata.
Poco prima del risveglio, ho avuto una specie di visione, una di quelle che desidererebbe avere un qualunque lettore appassionato. Ho sognato che davanti ai miei occhi c'era una pagina scritta in bei caratteri (probabilmente Arial...) in cui erano riportati in bell'ordine tutti i pensieri e le sensazioni che quella lettura mi aveva stimolato. Insomma, una perfetta recensione del racconto che, ovviamente, si è quasi completamente dissolta al mio risveglio, non fino al punto, però, da impedirmi di ricordare qualche dettaglio.
C'era qualcosa nel racconto che mi aveva colpito, una leggera sensazione di disagio, qualcosa che sul momento non ero riuscito ad identificare. Il sogno è stato abbastanza rivelatore da chiarirmelo.
Il fatto è che il racconto non ha una morale, non procede attraverso la classica struttura "Situazione di partenza - squilibrio della situazione - punto di svolta - epilogo/scioglimento". Non c'è niente di tutto ciò, solo una vicenda apparentemente normale che, nello stesso tempo, ha qualcosa di paradossale.
Un uomo osserva dalla finestra del soggiorno i propri mobili sistemati in bell'ordine nel giardino. Due ragazzi che desiderano arredare la propria casa cominciano a contrattare con lui la vendita di alcuni oggetti. L'uomo, mette un disco su un vecchio giradischi e chiede ai ragazzi di ballare.
Si procede attraverso una nuda descrizione di fatti, senza comprenderne il perché di nessun avvenimento, come se il lettore fosse improvvisamente proiettato sul luogo in cui si svolge la scena e chiamato ad assistere a ciò che accade senza sapere niente né di prima né di dopo quei fatti. La sensazione di straniamento che si avverte è molto forte, simile a quella di certi film di Kiarostami, in cui i protagonisti compiono azioni apparentemente immotivate e incomprensibili allo spettatore.
Ma, forse, l'avvertimento che Carver vuol dare al lettore è: non stare sempre a chiederti perché. Porsi troppo spesso quella domanda è il modo migliore per rovinarsi la vita. I protagonisti del racconto sembrano al contrario vivere un'esistenza serena, assecondando il proprio destino senza tentare di opporsi. Che sia forse questa la ricetta della felicità?
Se volete mettere alla prova la vostra capacità di cambiare punto di vista sulla vita e sul mondo, allora Carver è l'autore che fa per voi.
Scritto da: biblos alle 11/01/2008 10:01 |
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raymond carver
Scritto da: biblos alle 23/12/2007 08:59 |
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"Papà Goriot" di Honoré de Balzac (Sansoni)
L’estate, si sa, porta con sé tempi lunghi, adatti a meditazioni e riscoperte. Se non fosse per il gran caldo che continua a tormentarci da qualche anno, potrei senz’altro considerarla la mia stagione preferita.
Del resto, perché non preferire alle altre una stagione che ti offre tutto il tempo che vuoi per dedicarti al tuo sport più amato? Perché, è inutile fingere di ignorarlo, la lettura è un vero e proprio sport per la mente.
A cosa giova, del resto, trascorrere ore in palestra per scolpire il proprio fisico, quando poi la mente rimane inesorabilmente vuota, per oggettiva mancanza di tempo e, aggiungo io, di volontà? E poi, lo sport non è divertimento, diletto, passatempo? Nessun lettore può negare che è proprio quello che la lettura è capace di dargli.
Riguardo alla sterminata platea dei non lettori, l’invito a dedicarsi di tanto in tanto anche a questo sport è quanto meno pressante. Il non-lettore, avendo riscoperto in lui, anche solo per qualche ora, il lettore di un tempo, al termine della sua fatica si sentirà rigenerato, persino un'altra persona, diversa da quella che era prima. Provare per credere.
Quanto a me, che lettore lo sono sempre stato, e mi auguro di restarlo per parecchio tempo, non trovo migliore esercizio mentale di quello di affrontare la lettura dei classici. "Classici": ecco una parola da non pronunciare mai di fronte ad un non-lettore. Di colpo sentirà salire in lui quell'ansia che lo prendeva quando a scuola il professore diceva: "Aprite il libro a pagina...". Il libro in questione era, naturalmente, un classico, che veniva immancabilmente analizzato, nello stile e nella struttura del periodo, vivisezionato, commentanto, infarcito di note a margine, tanto che alla fine se ne andava del tutto il gusto di leggerlo.
Per il non-lettore il classico è un incubo ricorrente, spesso la causa prima dalla quale è nata la sua vocazione di non-lettore.
Il lettore "forte", al contario, mangia letteralmente "classici" a colazione, pranzo e cena, non trascurando mai a questo proposito il piccolo vezzo di dire che lui il classico lo sta "rileggendo". Come se non averlo letto fosse una macchia indelebile sul suo onore di lettore. Ammetto, personalmente, di non averne letti parecchi di questi classici, pilastri della letteratura mondiale, ma devo dire che al tempo stesso sono quasi felice di non averli letti in un'età in cui sarei potuto arrivare al punto di detestarli e persino ad odiarli. Ci vuole tanto esercizio per permettersi di affrontare un classico, come ci vuole tanto allenamento per correre la maratona di New York.
Debitamente allenato, attraverso la lettura di non-classici o di probabili futuri classici, l'estate scorsa ho cominciato ad affrontare in maniera sistematica l'opera di un grande dell'Ottocento francese, Balzac. Come tanti altri, immagino, mi ero limitato finora ad assaggiarlo, degustandone alcune pagine qua e là, dalle quali mi ero già reso conto dell'inevitabilità di incontrarci in un futuro prossimo.
Del libro, al termine della lettura, mi sono rimaste impressioni molto vivide, soprattutto quelle delle pagine che descrivono ambienti e personaggi. Sono queste le pagine in cui l'autore dà il meglio di sé, seconde soltanto a quelle dei dialoghi tra i personaggi, pagine perfette e stilisticamente ineccepibili. Quando si tratta, però, di rappresentare l'azione, Balzac lo fa come se fosse una inevitabile seccatura, un dovere da assolvere nei confronti del lettore, che, per il solo fatto di acquistare il suo libro, ha diritto ad una trama da poter raccontare nel corso di una conversazione da salotto.
Quanto ai personaggi, di alcuni dei quali lo scrittore sembra proprio subire il fascino, ce ne sono di quelli che non sfigurerebbero affatto in una "Commedia Umana" ambientata in questi tempi. Il più inattuale rimane certamente quello che dà il titolo al libro, quel papà Goriot che immola sull'altare della vanità e della dedizione alla causa delle figlie il suo patrimonio e persino la sua stessa vita. Difficile immaginare genitori simili tra i nostri contemporanei. Un libro che, nonostante il tempo trascorso, rimane di sconvolgente attualità, con personaggi da amare e detestare al tempo stesso, e nel quale nobildonne e arrivisti sono degni antenati e precursori di calciatori e veline.
Perché leggere i classici? Per rispondere a questa domanda, prendo in prestito le parole di Italo Calvino: "I classici sono libri che quanto più si crede di conoscere per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti".
Un consiglio, dunque, come sempre a conclusione: la prossima estate, provate a riprendere in mano uno di quei libri che avete sempre odiato, perché avete dovuto "studiarli" a scuola, e limitatevi semplicemente a "leggerli". Scoprirete che voi, e loro, siete cambiati.
Scritto da: biblos alle 23/11/2007 10:04 |
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Scritto da: mtb alle 21/11/2007 13:59 |
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Dov'è finito biblos? Forse qualcuno dei miei tre lettori se lo starà chiedendo. Voglio tranquillizzarli, innanzi tutto sulla mia salute, che continua a rimanere discreta. La realtà è che la vita di tutti i giorni mi ha di nuovo inghiottito, con tutti i suoi piccoli impegni, contrattempi, fastidi e altre amenità, che ognuno di noi conosce per averle sperimentate di persona. Dunque, se trovo ancora il tempo per leggere, magari a notte fonda, spesso prima di addormentarmi, non trovo più quello per scrivere. Penso sempre con una certa angoscia a chi viene a visitarmi, con la speranza di leggere qualche novità che possa a sua volta stimolarlo ad approfondire la sua amicizia con un autore, classico, moderno, contemporaneo, grande o piccolo che sia. Intanto, saluto e ringrazio chi, per caso o per libera scelta, capita da queste parti. Aspettatemi, comunque: torno subito!
Scritto da: biblos alle 21/11/2007 08:12 |
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“Anatomia dell’irrequietezza” di Bruce Chatwin (Adelphi)
"Ecco una persona che mi piacerebbe conoscere", avevo pensato, quando lungo il mio itinerario di lettore errante avevo incrociato per caso Bruce Chatwin. Avevo appena terminato di leggere "Che ci faccio qui?", poco dopo avrei iniziato la lettura di "Utz". Per il capitalista di massa, l'homo habens, Chatwin potrebbe dare l'impressione di essere il cantore dell'inutilità, soprattutto se conosciuto solo attraverso i due libri citati. Cosa c'è di più inutile, infatti, per chi nella sua esistenza antepone quotidianamente i miti dell'avere a quelli dell'essere, se non vagabondare senza meta e, soprattutto, senza profitto, nei posti più sperduti del mondo? Cosa c'è di più inutile che tentare di salvare, in mezzo ai continui rivolgimenti della Storia, una rara e preziosa collezione di porcellane di Meissen?
Chatwin, grande viaggiatore e altrettanto grande esperto d'arte, ha attraversato la vita per farsi portatore di un messaggio: la strada verso la libertà dell'uomo passa attraverso le porte della conoscenza e della bellezza. Viaggiatore disincantato e capace di subire il fascino dei luoghi al tempo stesso, appartiene a quella ristretta schiera di persone che ha dedicato l'intera esistenza "a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore", scelta tanto più difficile quando la maggior parte dei suoi pari pensava a costruirsi solidi imperi economici, da lasciare in eredità ai propri figli.
L'eredità di Chatwin è ben più grande, fa parte di quei tesori che né i ladri potranno mai rubare né la ruggine potrà mai corrompere. I suoi eredi appartengono all'intera umanità.
Le nostre vite non si sono, purtroppo, mai incrociate se non lungo il cammino ideale della conoscenza. Bruce Chatwin è partito anzi tempo per l'estremo dei suoi molti viaggi. Non ha voluto, però, lasciarci senza un ultimo saluto, uno sguardo indiscreto dentro la sua anima, della quale ha voluto rivelarci alcuni tra i più intimi segreti.
"Anatomia dell'irrequietezza" è un libro postumo, una collazione di scritti di diverse epoche e su diversi argomenti, capace di gettare più di una luce sul personaggio Chatwin. In uno stile elegante, senza essere eccessivamente ricercato, l'autore descrive il suo rapporto con il viaggio, con l'arte e con i libri, ragioni ideali della sua esistenza.
Essenziale, per chi, come me, ama Bruce Chatwin, illuminante per chi non ha ancora avuto la fortuna di incontrarlo.
Scritto da: biblos alle 29/10/2007 09:07 |
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bruce chatwin
“La sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj (Mondadori)
“Tempora mutantur et nos mutamur in illis”, ricorda l’antico poeta latino. Il tempo che passa cambia e trasforma ogni cosa, noi compresi E’ strano osservare come, a volte, si arriva a comprendere, seguendo strade insolite e attraversando esperienze ordinarie, quanto il trascorrere del tempo ci abbia cambiato. Questa ovvia e forse un po’ scontata riflessione nasce a margine della rilettura di uno dei piccoli capolavori di Tolstoj, “La sonata a Kreutzer”, che mi aveva fortemente impressionato, quando lo avevo letto per la prima volta, ben più di trenta anni fa.
A quell’epoca, forse sotto l’influsso di atmosfere e pulsioni dell’età giovanile, mi ero fatto l’idea di un racconto impregnato di romanticismo e di passionalità carnale. Durante la lettura ho distintamente avvertito il distacco da quei tempi, come se li avesse vissuti un altro me stesso, al quale sento che mi lega un rapporto che si va facendo di giorno in giorno più labile.
Certamente, avevo conservato del libro un ricordo idealizzato, che, alla fine, si è rivelato in gran parte inesatto. Depurate dal trascorrere del tempo tutte le scorie, rappresentate dalle motivazioni ideologiche e filosofiche della cronaca di un dramma familiare, avevo interiorizzato il racconto come una storia di amore e passione, con tragedia finale, un “dramma della gelosia” di fine Ottocento, insomma.
“La sonata a Kreutzer” narra la storia di un uomo, che arriva ad uccidere in maniera efferata la moglie e il suo presunto amante, per averli sorpresi a suonare, lei pianista e lui violinista, quella musica che dà il titolo al racconto, una musica nella quale il marito (e lo stesso Tolstoj) ravvisa una fortissima componente erotica. Un gesto eccessivo, dettato però da un’idea personalissima e, aggiungerei, alquanto distorta del rapporto coniugale, visto dall’autore dell’opera come fonte di tentazione, di colpa e di peccato.
Assolto in tribunale dal duplice delitto, perché i giudici accolgono la tesi del tradimento da parte della moglie, e del conseguente delitto d’onore, sostenuta dalla difesa, non riesce a darsi pace per non essere stato capace, alla fine, di spiegare il vero significato del suo gesto.
Il racconto è emblematicamente introdotto da una citazione del Vangelo di Matteo, che ne anticipa e al contempo ne sottolinea la tematica. “Ma io vi dico che chiunque avrà guardato una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore”. Aperto da una lunga discussione sul tema del matrimonio, alla quale prendono parte i passeggeri di un treno nel corso di un lungo viaggio, il racconto del protagonista si dipana per la maggior parte delle circa centoquaranta pagine lungo le quali si sviluppa la vicenda.
A queste, Tolstoj volle aggiungere un poscritto, spinto soprattutto dalle continue richieste di chiarimenti rivolte all’autore da parte dei lettori dell’epoca. La lettura di questo breve saggio è stata ancora più sconcertante di quella del racconto stesso. Attingendo a qualche sbiadito residuo di ricordi dell’epoca, ho immaginato che, una volta terminata la lettura della prima parte, quella del racconto, appunto, devo essermi limitato a riporlo su uno scaffale, giudicando poco interessante, forse addirittura noiosa, l’aggiunta che l’autore aveva voluto fare.
Considerarlo uno schiaffo al matrimonio è dire poco. Tutta l’opera è un pamphlet contro il matrimonio in generale e il rapporto di coppia in particolare, visto come fonte prima di peccato. ”L’autentica depravazione consiste proprio nel liberarsi da qualsiasi rapporto morale con la donna con cui si ha una relazione fisica”, dice ad un certo punto il protagonista.
L’esaltazione religiosa dell’autore, che lo spinge ad estremizzare il senso del messaggio evangelico, è senza dubbio frutto della profonda crisi etico-religiosa che stava attraversando nel momento della realizzazione di quest’opera e può giustificare, anche se solo in parte, i toni apocalittici del saggio finale. Nella sua radicata convinzione dell’assoluta immoralità del matrimonio, Tolstoj arriva persino a cercare e trovare nel Vangelo elementi per affermare che non esistono i presupposti per l’istituzione del matrimonio. Difficile poter dire cosa poi abbia visto Tolstoj di tanto demoniaco nel matrimonio, altrettanto difficile poter ipotizzare sulla base di quali esperienze possa essere giunto a conclusioni così amare e, soprattutto, così radicali. Difficile, persino, immaginare un dramma personale così sconvolgente da spingere l’autore verso una visione tanto pessimistica e tanto estrema del rapporto di coppia.
Se avete intenzione di sposarvi, o se lo siete già, non leggetelo, o piuttosto, leggetelo come cura ed antidoto ad una qualche forma di insostenibile gelosia, dalla quale, come accade alla maggior parte degli esseri umani, potreste essere affetti. La lettura, come sempre del resto, non potrà farvi che bene.
Scritto da: biblos alle 06/10/2007 16:39 |
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“Cargo” di Georges Simenon (Mondolibri)
Dici Simenon e pensi Maigret, dici Maigret e pensi Simenon, non immagini neppure che possano esistere dei Simenon senza Maigret. Invece, quando meno te l’aspetti, ecco la sorpresa, un libro senza delitti (forse?) né castighi, senza indagini né indagati, un libro qualunque, diresti. Perché Simenon, senza giallo, non è più lo stesso, o almeno è questo che credi.
D’accordo, questo libro è stato scritto quando ancora Simenon non era quello che è universalmente conosciuto, il signore del giallo d’atmosfera, però Simenon c’è e lo dimostra.
La scelta di un protagonista abulico, quasi paralizzato, timoroso di influenzare le vite degli altri e l’andamento del mondo intero con una sua seppur minima azione non è estranea a quella che potremmo definire la “poetica” dello scrittore, belga d’origine ma non di cultura. Del resto, anche lo stesso Maigret, più che il poliziotto tutto muscoli e poco cervello, è soprattutto un fine psicologo, un profondo indagatore dell’animo umano, portato ad agire solo quando e se costretto dalle circostanze.
Il protagonista di questo romanzo, Jef, sembra maggiormente ispirato da analoghi personaggi di certi racconti di Joyce, smaniosi di cambiare in qualche modo il proprio destino ma incapaci, al momento opportuno, di agire, paralizzati e succubi degli avvenimenti. Una storia amara quella di Jef, trascinato suo malgrado, attraverso tre continenti, in situazioni che finiscono sempre per sfuggire completamente al suo controllo.
L’indifferenza è il sentimento più rappresentato attraverso i vari personaggi, un’indifferenza e un’incapacità di sapersi costruire il proprio destino con le sue stesse mani. che finisce sempre per travolgere il protagonista, un personaggio quasi ottocentesco, che potrebbe ben figurare in qualche romanzo di Dostoevskij ("L’idiota", ad esempio).
Nel corso della storia, cambia il paesaggio, cambia l'ambiente, intristito dalla presenza costante della pioggia, che accresce la monotonia delle vicende e la solitudine del protagonista. Non cambia, invece, il nostro personaggio, sempre così indifferente alla vita che lo circonda, alla quale lo tiene legato uno strano rapporto con un bambino, di cui accetta i vincoli della paternità, pur essendo certo di non esserne il padre.
Incapace di amare ma anche di agire, invidia agli altri la capacità di compiere gesti. L’unico che compie alla fine del romanzo, sull’onda di un sentimento istintivo di abbandono e di ribellione , finisce per essergli fatale.
In questa storia, Simenon, dunque, c'è, e si avverte tutta la sua presenza in ogni pagina. Il segreto dello stile di Simenon è la semplicità, l'assoluta assenza della frase ad effetto, il rifiuto programmatico del colpo di scena. Raccontare la vita così com'è, è il fine ultimo che si propone; anche quando potrebbe subire l'influsso di insolite atmosfere esotiche, rimane sempre fedele a se stesso. A chi ama Simenon, un consiglio: non perdetelo.
Scritto da: biblos alle 12/09/2007 18:11 |
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georges simenon
Quest'anno le vacanze della mente sono durate un po' più di quelle del corpo. Non che siano mancati del tutto stimoli ed interessi in grado di sollecitare reazioni e suscitare nuove opinioni, direi piuttosto che mi sono concesso una "pausa di riflessione". Avevo bisogno di staccare un po', di creare una discontinuità tra la mia esperienza, di malato prima e di convalescente poi, e quella di un normale vissuto quotidiano, una specie di reinserimento nella vita di tutti i giorni, lavoro compreso. Per questo ho lasciato che i pensieri e le riflessioni si accumulassero nella memoria, senza trasporli sulla pagina bianca, virtuale o reale poco importa. Sono mancato, spero, ai miei quattro fedelissimi lettori, ma, soprattutto, sono mancato a me stesso. Certo, ho letto, ho letto molto, non mi sono fatto mai mancare il sottile piacere di sfogliare le pagine, sentirle frusciare sotto le dita, seguire il filo di un' ininterrotta conversazione con me stesso. Ed è proprio di questo che riprenderò a parlare: dei miei libri. Presto, non dubitate...
Scritto da: biblos alle 29/08/2007 09:16 |
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“Ragionevoli dubbi” di Gianrico Carofiglio (Sellerio)
A volte, avverto la strana sensazione di essere un “serial reader”, per come affronto in sequenza le opere di un singolo autore, non sempre con un ordine preciso, come potrebbe essere, ad esempio, la data di pubblicazione, ma spesso fino al quasi totale esaurimento dei libri che quell’autore ha prodotto fino allora. Per fortuna, ogni tanto qualcosa che trovo nel libro che sto leggendo, o che mi colpisce durante una conversazione, o durante la lettura di un quotidiano o di un settimanale, mi invita a prendere una strada diversa; in questi casi, saluto il mio occasionale compagno di viaggio del momento, per andare alla ricerca di nuove avventure nello sterminato impero delle lettere, lasciando sempre aperta al caso la possibilità di poterci incontrare di nuovo, un giorno o l’altro.
Come spesso accade con le persone incontrate durante una vacanza, o in qualche circostanza drammatica che ci ha accomunato, sul momento si stringe un’amicizia, che sembra poter reggere al tempo e alla distanza. Poi però, col passare dei giorni e con il ritorno alla normalità, finiamo per dimenticarci di tutto e di tutti, per tornare a pensare quasi esclusivamente ai fatti nostri.
Con Carofiglio, un conoscente, sempre sul punto di diventare amico, incontrato nel corso di una delle mie abituali “vacanze dello spirito”, è quasi accaduto questo. Dico “quasi”, perché, dopo aver affrontato in rapida successione i tre volumi che hanno per protagonista l’avvocato Guerrieri, i miei interessi si sono rivolti verso altri autori, che conoscevo già, o che mi sono stati fatti conoscere da altri lettori amici.
Si sa, tra lettori ci si intende e, soprattutto, ci si influenza. Il lettore ondivago, forse perché sento di appartenere maggiormente a questa categoria, è sempre da preferire al lettore monolitico, che si interessa magari soltanto di saggistica, o di storia medievale o di romanzi gialli o rosa. Il lettore ondivago riassume e condensa in sé decine, centinaia di questi lettori monolitici, coltiva, attraverso la lettura, interessi nei più disparati settori, concedendo al suo spirito periodi di vacanza frequenti e non necessariamente brevi.
Tornando al punto focale del discorso, cioè al mio rapporto temporaneamente interrotto con Carofiglio, il fatto di aver ritrovato sulla mia scrivania un libro, che avevo già letto, ma del quale non avevo ancora parlato, “Ragionevoli dubbi”, appunto, mi ha fatto ritornare in mente lo scrittore e le belle ore trascorse insieme. Mi chiederete allora perché non ne ho parlato prima.
Me lo sono chiesto anch’io e, dopo aver riflettuto a lungo su questo “atto mancato”, sono arrivato alla conclusione che il motivo non dipende dalla qualità dell’opera dello scrittore, peraltro sempre apprezzabile, quanto, piuttosto, da qualcosa contenuto nelle vicende che si narrano nel libro. È stato quel personaggio inquietante, l'ex picchiatore fascista, che sembra aver ossessionato l’esistenza dell’avvocato Guerrieri, che mi ha tenuto lontano dal parlare del libro.
Il conflitto interiore dell'avvocato Guerrieri - e, aggiungerei, dello stesso Carofiglio - se accettare o meno l'incarico di difendere un simile personaggio, potrebbe essere, in qualche modo, il mio conflitto interiore in una situazione analoga.
Credo che a molti della mia generazione sia capitato di incontrare, loro malgrado, picchiatori di entrambe le fazioni politiche, personaggi allora sulla cresta dell’onda ma che, nel tempo, avrebbero finito per pagare, per quella fase della loro tormentata esistenza, spesso molto più del dovuto.
Non conservo, al contrario dell’avvocato Guerrieri, particolari traumi, seguiti ad incontri indesiderati con personaggi simili, piuttosto è stato il loro modo di operare che non ho mai condiviso e, soprattutto, l’inversione a centottanta gradi che molti di loro hanno compiuto nel corso della loro vita successiva. Non ho apprezzato mai particolarmente chi ha fatto della sua prestanza fisica uno strumento per offendere, commettendo soprusi, soprattutto verso i più deboli, piuttosto che usarla come strumento per difendere.
Carofiglio parla delle vicende come se le avesse vissute in prima persona e, forse, attraverso la scrittura è riuscito ad elaborare il dolore per qualche violenza subita, o semplicemente temuta.
Un libro che aiuta a riflettere sul tempo che passa e sulla vita, proponendo all'attenzione del lettore "ragionevoli dubbi. Per questo, un libro da leggere,consigliato soprattutto ai lettori della mia generazione, perché fa pensare a cosa eravamo, un tempo, e a cosa siamo, oggi.
Scritto da: biblos alle 27/07/2007 17:08 |
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gianrico carofiglio
"Una finestra vistalago" di Andrea Vitali (Mondolibri)
A costo di sembrare ripetitivo, torno per l'ennesima volta a parlare di quello che chiamo lo "stile Vitali". E' uno stile narrativo che, come credo di aver detto altre volte, apprezzo particolarmente, per la sua sobrietà e, soprattutto, per la sua precisione, quell'esattezza che hanno praticato, e di cui hanno tessuto le lodi, scrittori del calibro di Calvino, Borges e, prima ancora, dei grandi romanzieri francesi dell'Ottocento, tra cui giganteggia Balzac.
Ora, non ho la pretesa - né, tanto meno, credo che l'abbia lo stesso Vitali - di includere il pur bravo scrittore nel novero di questi grandi, ma credo che scegliersi dei modelli di riferimento per il proprio stile narrativo possa giovare moltissimo, all'autore in particolare e alla narrativa in genere.
La vicenda che viene narrata nel romanzo è di una semplicità sconvolgente, pur nella complessità dell'intreccio. Attraverso la figura del protagonista, viene rievocato quel periodo della storia del nostro Paese che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Pur osservando il mondo da un punto di vista ristretto, come può essere quello del piccolo centro lacustre di Bellano, Vitali riesce a rendere universali le sue storie, veri e propri "racconti morali", in cui il gesto conta quanto i principi che lo ispirano.
In Bellano si raffigura tutta l'Italia di quegli anni, con i cambiamenti e, a volte, gli stravolgimenti, che la trasformazione di una società agricola in una industriale ha operato sulla cultura e sugli stili di vita del nostro paese.Molti dei malesseri e dei vizi, di cui soffre la nostra attuale società, hanno radici proprio in quell'epoca.
Ho acquistato questo libro sapendo che il tempo dedicato alla sua lettura non sarebbe stato sprecato. Al contrario, alla fine sono rimasto, ancora una volta, piacevolmente sorpreso di come l’autore, con poche parole, riesca a delineare i contorni di un personaggio o di un ambiente. Gli ingredienti, quelli di una grande "cucina" letteraria, sono semplici, eppure la loro combinazione produce un racconto perfettamente riuscito, un "piatto" equilibrato e, soprattutto, digeribile, tanto per continuare la metafora culinaria.Le pagine calibrate, di una scrittura attenta e sorvegliata,stimolano il piacere di continuare la lettura ininterrottamente, per giungere all'ineludibile parola "fine", che vorremmo, tuttavia, non arrivasse mai.
Vorrei che lo stile “Vitali” si estendesse a macchia d'olio, come un contagio, e raggiungesse certi scrittori di best seller, dai contratti milionari, che si direbbero pagati un tanto a riga, e che, forse proprio per questo motivo, infarciscono i loro libri di parole, di cui spesso si potrebbe fare volentieri a meno, senza peraltro cambiare il senso della frase. Ma, si sa, un best seller che si rispetti, deve superare almeno le quattrocento pagine.
Consiglio questo libro a chiunque, soprattutto a chi fa della mancanza di tempo un pretesto per non aprire neppure il canonico libro all'anno. Da leggere, anche al mare o in montagna, per cercare di riconciliarsi, magari definitivamente, con la lettura.
Scritto da: biblos alle 03/07/2007 10:01 |
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andrea vitali
“La cattedrale del mare” di Ildefonso Falcones (Longanesi)
Ogni volta che ho per le mani un libro, che reca in copertina una fascetta con diciture tipo “Un milione di copie vendute”, oppure “Un fenomeno mondiale”, vengo assalito da una improvvisa insicurezza e da un dubbio. “Sarò degno dell’impresa?”, è la mia prima domanda, e non tanto perché non è sempre facile arrivare in fondo a libri simili, tipico esempio di quella che definisco “letteratura bulimica”, quanto piuttosto perché schierarmi apertamente contro le opinioni di quel milione di persone che hanno acquistato il libro potrebbe procurarmi più di un fastidio. Mi consola pensare che il fatto che abbiano acquistato il libro non significa necessariamente che lo abbiano letto.
Provo così, attraverso le mie osservazioni – personalissime, come sono solito ripetere – a far desistere dall’impresa di arrivare in fondo a questo ponderoso tomo chi, magari in occasione delle vacanze estive, ha già iniziato a togliere la polvere a qualche libro, abbandonato dalle ferie dello scorso anno sul comodino, da portarsi dietro per quelle notti in cui il gran caldo rischia di non fargli prendere sonno. Stia tranquillo il lettore: posso garantire che certi libri funzionano meglio di qualsiasi sonnifero e che questo, in particolare, renderà piuttosto agevole il suo ingresso nel regno di Morfeo.
Credo, finora, di aver detto o scritto una o due volte al massimo che un libro, che avevo appena terminato di leggere, non mi era piaciuto, e non certo perché trangugio, metaforicamente, qualunque testo mi venga propinato.
Non mi definisco un lettore di gusti facili, tutt’altro; quando si tratta di spendere parte del mio tempo sopra un testo, di solito opero una scelta particolarmente accurata, e se mi dedico a qualche assaggio, a qualche escursione nel poco o per niente noto, lo faccio con molta cautela. Tra i criteri che ho adottato per selezionare qualche nuovo autore dal vastissimo menu che gli editori grandi e piccoli presentano quotidianamente sul mercato, non c’è sicuramente quello di scegliere qualche nuovo libro da leggere dalla classifica dei più venduti. Preferisco, piuttosto, affidarmi al passaparola di amici e di conoscenti, che so per esperienza essere attenti o curiosi lettori, un po’ come me, del resto. Insomma, leggo un nuovo libro, anche di qualche sconosciutissimo autore, perché qualcuno, di cui mi fido, me ne ha consigliato la lettura, o, al limite, perché la critica, quella fornita di tutta l’autorevolezza necessaria, ne ha parlato molto bene.
Venendo al testo in questione e alle vicende in esso narrate, si racconta, in estrema sintesi, la storia di un’esistenza difficile e tormentata di un uomo che, nato schiavo, acquista la sua libertà e raggiunge, alla fine una solida posizione economica. Tutto questo avviene nella città di Barcellona, nello scenario di una Spagna medievale, in cui sono protagonisti anche i grandi eventi della Storia: guerre, carestie, pestilenze, l’eterna caccia agli ebrei, il conflitto con gli arabi, allora presenti in gran parte della Spagna. Alla grande Storia sullo sfondo, si contrappone, in primo piano, la cronaca quotidiana, quella che il trascorrere del tempo e l’offuscarsi della memoria finiranno per trasformare in storia.
Fatte le dovute proporzioni, l’opera richiama alla mente i nostri “Promessi sposi”, trasportati nel quattordicesimo secolo, ma, probabilmente, la sensazione è dovuta più al contesto storico in cui si cala la cronaca quotidiana dei personaggi che non alla volontà dell’autore di imitare il capolavoro manzoniano. È proprio in quanto allo stile che le due opere si allontanano; alla continua e faticosa riscrittura di Manzoni si contrappone la scrittura istintiva e affrettata di Falcones, che si traduce in uno stile non proprio irreprensibile. Ed è questa indubbiamente la maggiore pecca del libro, frutto, non si sa bene se della trasandataggine dell’autore o della scarsa dimestichezza con la lingua, italiana o spagnola o entrambe, del traduttore. Non credo che lo spagnolo in sé produca frasi che si riescono a rendere con difficoltà in italiano; penso, ad esempio, ad opere di Borges o di Cervantes e non osservo in quei testi la stessa sciattezza nella scrittura o nella traduzione.
Giunto ad oltre quattro quinti del libro, devo a malincuore confessare che questa lettura mi ha stancato, per cui ho deciso di avvalermi di uno dei più sacri diritti del lettore, declinati nel celebre decalogo di Pennac, e precisamente del II: “Il diritto di saltare le pagine“, che, unitamente al III: “Il diritto di non finire il libro”, hanno determinato l’anticipata conclusione della mia fatica. Cave librum!
Scritto da: biblos alle 19/06/2007 17:48 |
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"Le ali della sfinge" - (Sellerio editore) e "La pensione Eva" - (Mondadori) di Andrea Camilleri
Per chi non è sufficientemente allenato alla lettura dei libri di Camilleri, potrebbe risultare alquanto faticoso seguire le storie narrate nelle sue opere più recenti. L'idea iniziale di contaminare la lingua italiana con quella siciliana - perché di lingua vera e propria, e non di semplice dialetto, si tratta! - ha finito per prendere la mano allo scrittore. Se, infatti, nei primi libri dell'autore nel testo prevalentemente italiano venivano di tanto in tanto inseriti termini e modi di dire siciliani, adesso la presenza del siciliano è diventata predominante. Non che la lettura non risulti piacevole come il solito, tutt'altro. Il problema nasce soprattutto per quei lettori che si accostano per la prima volta alla scrittura di Camilleri e che potrebbero avvertire una certa difficoltà nel comprendere lo sviluppo stesso delle vicende narrate. In qualcuna delle prime opere,lo scrittore, o molto più probabilmente l'editore, aveva aggiunto alla fine del libro un glossario, essenziale per poter cogliere a pieno il senso di alcune parole e, quindi, quello del racconto. Adesso, forse perché la maggior parte di coloro che acquistano i libri di Camilleri sono lettori abituali delle sue opere, anche questo minimo aiuto è stato soppresso. Invocandone il ripristino nella prossima produzione, non posso fare a meno di constatare come il percorso artistico di Camilleri si sia, in qualche modo, involuto e la vena artistica alquanto inaridita. Certo, le avventure di Montalbano si leggono sempre con vivo piacere, tuttavia si ha la sensazione che il personaggio sia giunto, per così dire, al capolinea. E' pur vero che l'ambientazione rassicurante delle storie contribuisce a rendere i personaggi più familiari e certamente ad invogliare migliaia di lettori "pigri" ad aprire almeno il fatidico unico libro che, stando almeno alle statistiche, molti leggono nel corso di un anno. La cosa che, però, appare con evidenza, più nel secondo che nel primo libro, è che Camilleri mette in scena personaggi che altro non sono che un suo alter ego, colto in due diversi momenti della vita. Se Montalbano dà corpo ai pensieri di un anziano scrittore, sempre più amareggiato e stanco di lottare contro soprusi ed ingiustizie, quello del giovane Nenè è il ritratto di un Camilleri adolescente, impegnato in vicende estremamente verosimili, anche se mitizzate ed enfatizzate dai riflettori della memoria. Ogni pagina è condita con quel tanto di ironia che sdrammatizza persino le situazioni più delicate. Nel complesso, però, la vicenda del giovane Nenè appare difficilmente comprensibile ad un lettore contemporaneo. L'ambiente in cui si svolge la storia, quello delle cosidette "case chiuse" è completamente sconosciuto persino a quelli della mia generazione. Difficile, quindi, per un lettore giovane, penetrare nelle misteriose atmosfere che, stando almeno ai racconti di chi le ha a suo tempo conosciute, sembrano sempre circondare questi luoghi. Consigliati soprattutto a chi ha seguito da tempo il percorso artistico dello scrittore, con la consapevolezza, tuttavia, che questi libri non aggiungono niente alla sua fin troppo consistente produzione. Ma, per chi si è lasciato appassionare dalle sue storie, Camilleri non si discute: si ama.
Scritto da: biblos alle 12/06/2007 08:59 |
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andrea camilleri
“Morte di un medico legale” di P.D.James (Oscar Mondatori)
P.D.James appartiene di diritto a quella categoria di autori che potrebbero dedicarsi a qualsiasi genere letterario, tale è la loro abilità narrativa. La scelta di dedicarsi al genere “giallo” o detective story, come è più universalmente conosciuto, deve essere stata ispirata, senza dubbio, da una certa curiosità per i fatti della vita e dalla sua abilità nel saper cogliere, e restituire poi nella pagina scritta, anche i minimi dettagli di questi fatti.
Lo stile della James, come sempre, continua ad affascinare il lettore “evoluto”, quello particolarmente difficile da accontentare. Un buon lettore, in un giallo classico, riesce a terminare una pagina, al più, in un paio di minuti, senza poi tornarci sopra, seguendo unicamente il filo della vicenda. I libri della James, come quelli di ogni scrittore di razza, richiedono tempi ben più lunghi, se si vuole gustare a fondo la ricercatezza delle descrizioni ed apprezzare la ricchezza dei particolari.
Nessuna pagina è scontata o eccessiva, tutta la narrazione avviene in un tono pacato e familiare, come se fossimo seduti insieme alla narratrice accanto al caminetto, in una lunga e fredda sera d’inverno. La continua introspezione dei personaggi non infastidisce, né appesantisce la narrazione, a condizione che si consideri la lettura un piacere e non un obbligo da assolvere nel minor tempo e con il minor impegno mentale possibile.
Perché, questo va detto senz’altro, una lettura del genere richiede tempo. Chi ama leggere non va alla ricerca di primati da Guinness, non è interessato al rapporto tra lunghezza del libro e tempo di lettura, legge per il solo piacere di farlo.
Il fatto che sorprende maggiormente nella lettura di un giallo è il desiderio che avverte il lettore di ritornare su pagine già lette, provando, anche nell’occasione, il medesimo piacere e la stessa sorpresa della prima lettura. Oltre a questo, si apprezza anche la possibilità di abbandonare e poi riprendere in seguito la lettura, senza perdere nulla dell’atmosfera del romanzo. Bastano, infatti, poche righe, al massimo un paio di pagine, per sentirsi nuovamente immersi nella storia, come se ce ne fossimo appena staccati.
Della scrittura della James continua a colpirmi un uso quasi ridondante degli aggettivi. Ogni oggetto, ogni elemento del paesaggio o dell’abbigliamento di un personaggio, sono dettagliati con una scelta accurata di particolari, che danno maggior risalto alla trama, come i ricami che impreziosiscono un tappeto ben intessuto. Si avverte in ogni pagina della James uno sforzo, teso a rendere in tre dimensioni, e a colori vivaci, l’immagine altrimenti piatta dell’oggetto o del personaggio, descritto sulla carta nero su bianco.
Anche se il paesaggio è sempre ben delineato, attraverso una serie di dettagli che intendono renderlo familiare al lettore, la maggiore cura è dedicata al paesaggio interiore, quello dell’animo umano, infinitamente più vario e mutevole di quello della Natura.
La tesi del romanzo potrebbe semplicemente essere riassunta con una breve formula: “Anche chi ha a che fare con il crimine per motivi professionali, può essere a sua volta vittima di un crimine”. Ma, per saperne di più, suggerisco una lettura più completa del romanzo.
Scritto da: biblos alle 23/05/2007 08:12 |
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“Le ceneri di Angela” di Frank McCourt (Adelphi)
Il mio amore per la scrittura di Frank McCourt, solida e leggera al tempo stesso, è nato a prima vista, tra le pagine del suo terzo romanzo, “Ehi, prof!”, dove descrive la sua lunghissima attività di insegnante in una scuola superiore americana. Interrotta temporaneamente questa lettura, come a volte capita quando qualcosa di più interessante o di più necessario monopolizza l’attenzione, ho invece divorato – termine, nell’occasione, assai inesatto ed approssimativo – le pagine dell’opera di esordio di McCourt.
In realtà queste pagine, più che divorarle, le ho assaporate e gustate fino in fondo, come un buon formaggio stagionato o un eccellente vino d’annata, piacevolmente sorpreso dal fatto che lo scrittore irlandese fosse riuscito a fare centro al suo primo tentativo.
Uno scrittore stilisticamente maturo fin dall’esordio è, generalmente, cosa tanto rara quanto preziosa. Nella maggior parte dei casi, lo stile è una lenta e faticosa conquista,che passa attraverso decine di tentativi ed errori, frequenti riscritture di brani che, appena usciti dalla penna, si credevano assolutamente perfetti. Eppure, già dal suo primo romanzo, lo scrittore manifesta la sua “autorialità”, quella rara capacità di arricchire lo spirito e la mente di quanti attraversano le pagine di un vero artista. Se si scorrono le sue note biografiche, si scopre che il successo di McCourt non è, in alcun modo, dovuto al caso, ma al continuo allenamento alla scrittura, praticato nel corso dei lunghi anni della sua carriera di insegnante.
Ecco un altro dei testi letti durante la mia lunga degenza ospedaliera. Non certamente un testo leggero, al pari di altri di cui ho già parlato, piuttosto un’opera narrativa che si avvale di una scrittura qualitativamente elevata, complessa nella sua semplicità e particolarmente personale. Una scrittura “confidenziale”, termine con cui venivano definiti certi cantanti di fine anni ’50, quando si voleva intendere che parlavano, sottovoce e con discrezione, al cuore ed ai sentimenti di chi li sapeva ascoltare. McCourt è riuscito a trasfigurare, con l’ironico distacco del ricordo, vicende che altrimenti sarebbero la normale cronaca di un’esistenza quotidiana, fatta di stenti e sofferenze. Invece, tutto scorre leggero, in un intreccio di storie a volte persino incredibili nel loro crudo realismo.
Il tempo, per fortuna o purtroppo, consuma i ricordi, assottigliandoli, limandone i contorni e rendendoli indefiniti Quello che resta è una polvere sottile, alla quale cerchiamo, di tanto in tanto, di ridare forma e spessore, ricombinandola, tuttavia, in maniera diversa, spesso quasi casuale,
Avevo già apprezzato la versione cinematografica del romanzo, della quale conservo soprattutto il ricordo di due immagini: la faccia dura e caparbia di Angela e di quella del piccolo Frank, altrettanto dura e caparbia.
Leggendo questo libro, mi sono tornate in mente situazioni ed esperienze vissute nella mia infanzia, quando la povertà, e persino la miseria, erano la regola e un timido benessere l’eccezione. I miei coetanei, quelli la cui infanzia si colloca a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ricorderanno senz’altro quel tempo in cui i desideri, diversamente da quello che accade oggi, superavano di gran lunga le possibilità. Se credevamo, ed abbiamo creduto anche in seguito, di essere stati poveri, basta leggere questo libro per avere un’immagine della reale povertà.
La produzione di McCourt, come quella di un ottimo vino d’annata, è molto ridotta e va gustata fino all’ultima parola. Non senza ironia, a chi gli chiede il motivo di una produzione così modesta, e del perché ha iniziato a dedicarsi alla scrittura a tempo pieno in così tarda età, lui è solito rispondere: “Prima non avevo tempo, dovevo lavorare”. Se avete bisogno di togliere un po’ di polvere dai ripostigli della memoria, se credete che la vostra esistenza sia la più infelice delle esistenze possibili, leggete questo libro. Non può farvi che bene.
Scritto da: biblos alle 07/05/2007 14:51 |
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frank mccourt
“Testimone inconsapevole” di Gianrico Carofiglio (Sellerio editore)
Quando terminai di leggere questo libro, ero in uno stato d’animo completamente diverso da quello attuale. Avveniva prima dell’8 gennaio 2007 – data memorabile, almeno per me, l’inizio della mia terza vita – e non riuscivo a mettere insieme le parole per esprimere razionalmente le sensazioni provate nel corso della lettura. Le cause di questa mia temporanea afasia sono facilmente immaginabili per chi mi conosce e mi pratica. Passata la bufera, riesco adesso a ridare forma ai miei pensieri, che proprio quel vento impetuoso aveva disperso, anche se ancora le idee riescono a farsi strada nella mente con una certa difficoltà. Per rubare il titolo all’autore, questo libro è stato “testimone inconsapevole” del mio travaglio interiore.
Avevo già assaporato la scrittura solida e compatta di Carofiglio (vedere post del 6 novembre 2006 su “Ad occhi chiusi”). Per questo, probabilmente, ho iniziato la lettura con un’idea preconcetta, indubbiamente falsata dall’approccio iniziale con lo scrittore, avvenuto attraverso un’opera, dalla quale risalta uno stile più maturo, che non si può pretendere di trovare in questa che è la sua opera prima di narratore. L’impressione, suscitata da queste pagine, è stata quella di uno scrittore alla ricerca di se stesso e del suo personale stile di raccontare. Nella lettura del precedente libro si aveva la precisa sensazione che tutti i personaggi, anche se incontrati per la prima volta, fossero, in un certo senso, familiari e parte integrante del mondo del racconto. Questa volta, mi è capitato di chiedermi spesso perché l’autore volesse dedicare così tante parole per delineare i contorni dei suoi personaggi, quasi temesse che il lettore li avvertisse estranei al mondo che prendeva vita e corpo nel corso della lettura. La prima opera di Carofiglio sembra rivolta ad un lettore pigro e dalla fantasia atrofizzata, che ha bisogno di conoscere una serie indefinita di dettagli su ogni singolo personaggio, per poterlo accettare come verosimile e riuscire in qualche modo ad immergersi nel mondo del racconto. Tralasciando, però, un certo indugiare prolisso in situazioni, che sono collaterali alla vicenda, ciò che si riesce a cogliere come elemento positivo è il fatto che una lettura del genere consente di sorprendere l’autore all’inizio del suo percorso artistico, quando ogni cosa è ancora in divenire e tutte le strade sono aperte, quando ancora si stanno affinando gli strumenti linguistici per esprimere quello che si sente dentro e che, a volte, non riesce a trovare immediata rispondenza nelle parole che si stanno tracciando sulla carta.
Potendo esprimere un’opinione strettamente legata al mio gusto personale, avrei preferito che l’autore avesse trasportato il lettore direttamente “in medias res”. Sono certo che la qualità della narrazione, specialmente se si considera il genere di riferimento della detective story, avrebbe avuto senz’altro molto da guadagnare, creando fin dalle prime pagine quell’atmosfera di incertezza e di mistero che caratterizza il genere.
Quanto alla scelta dell’ambientazione del racconto nella città di Bari, credo che le storie di Carofiglio non potrebbero essere ambientate altrimenti che in un luogo che l’autore conosce alla perfezione e sa ritrarre con pochi tratti essenziali, incorporandolo nella trama della narrazione.
C’è, infine, qualche considerazione da fare sul significato di scrittura e riscrittura. Esistono narratori che hanno la buona pratica di produrre versioni differenti della stessa storia e questo è, in senso stretto, il significato di riscrittura. Ci sono prove celebri offerte da Manzoni ed altre non meno interessanti offerte da Carver. Ci sono, poi, altri autori che, nel corso della loro esperienza narrativa, non fanno altro che raccontare in trame e in libri diversi la stessa storia. Stessi personaggi principali, stessi luoghi, stesso andamento del racconto. Cambiano solo alcuni personaggi secondari e alcuni dettagli, spesso del tutto ininfluenti per la storia narrata. È quello che si potrebbe definire il meccanismo della serializzazione. Chi ne guadagna dalla riscrittura di entrambi i tipi è lo stile, che si affina, si fa più asciutto ed allusivo e, soprattutto, più personale. Così è facile riconoscere fin dai primi paragrafi un libro di Simenon, uno di Gadda, oppure uno di Pavese, come, del resto, dalle pennellate, dai colori o dalla luce si riconosce un quadro di van Gogh, di Renoir o di Cezanne. Carofiglio ha scelto la seconda modalità di riscrittura, sorprendendo il lettore per aver raggiunto con pochi tentativi un notevole equilibrio stilistico tra storia narrata e linguaggio usato.
Dedicato a mio cugino Francesco, nel giorno del suo compleanno.
Scritto da: biblos alle 03/05/2007 17:06 |
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